Il cinismo é l’arte di vedere le cose come sono, non come dovrebbero essere. — Oscar Wilde

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Odifreddi: Il Matematico Impertinente.

ottobre 19th, 2009 by Alessio

Secondo appuntamento con i libri letti. Quest’oggi è il turno di un grandissimo personaggio: Piergiorgio Odifreddi.
Io lo chiamo “Tuttologo” per la sua vasta cultura. Interessanti i suoi libri e il suo modo di pensiero, che in molti casi è molto simile al mio: non a caso insegna Logica. Idee molto simili le abbiamo anche a carattere religioso, visto che “non a caso” è Presidente dell’UAAR.
Nessuna recensione per questo libro stupendo, ma vi riporto L’elogio dell’impertinenza, preambolo di questo libro.

                Elogio dell’impertinenza

 

Nel 1848, mentre un impertinente spettro si aggirava per l’Europa, il Vocabolario di parole e modi errati dell’Ugolini dichiarava: “Impertinente, per non appartenente, non può dubitarsi che non sia buona voce; ma siccome nell’uso più comune si adopera impertinente per arrogante e insolente, conviene essere molto cauti nell’usarla nel primo significato”.
Chissà quale dei due significati aveva in mente l’editore che agli inizi mi attribuì la qualifica di “matematico impertinente”, nel sottotitolo di uno dei miei primi libri divulgativi: meglio non indagare, per evitare risposte imbarazzanti. Ma qualcuno deve aver concordato, se dapprima l’appellativo è diventato il titolo della mia rubrica mensile per Le Scienze, e ora lo diventa di questa raccolta.
Quanto a me, considero l’impertinenza come un buon modo, e a volte l’unico possibile, di affrontare i problemi in maniera pertinente. Soprattutto in campi come la politica e la religione, in un periodo storico che potremmo descrivere come l’era delle “tre B”: che non stanno ad indicare, come nei tempi andati, il trio Bach, Beethoven e Brahms, bensì la triade Bush, Berlusconi e Benedetto XVI.
Io sento l’impertinenza nei confronti loro e dei loro seguaci come un imperativo morale e civile, in entrambi i sensi dell’Ugolini. Anzitutto, come non appartenenza a una visione del mondo ispirata dalla certezza che, per dirla nella lingua del nuovo papa, Gott mit uns, “Dio è con noi”: meno che mai quando questa certezza rigenera mostri che credevamo ormai definitivamente scomparsi, dalle guerre imperialiste alle crociate integraliste. E poi, per proclamare ad alta voce che certi presidenti e papi sono nudi: una doverosa arroganza nei confronti di coloro che vorrebero imporre all’universo mondo moderno il loro provincialissimo capitalismo e il lro antiuato cristianesimo.
Naturalmente, sarebbe ingenuo pensare che gli eserciti che combattono per la maggior gloria di Dio o quelli che si mobilitano per il Dio Denaro possano essere seppelliti dalle risate e dai ragionamenti dei drappelli che militano per l’onore dello Spirito Umano: soprattutto quando i media pubblici e privati, se ancora la distinzione conserva qualche senso, li affogano sistematicamente e quotidianamente in sacri uragani di propaganda e profani tornadi di pubblicità.
Oltre che in politica e religione, che costituiscono una mission impossibile in cui essa è destinata a recitare la parte della voce che grida solitaria nel deserto (mediorentale), l’impertinenza ha un ruolo meno impossibile da svolgere nel campo della filosofia. Specialmente in un periodo storico che potremmo descrivere come l’era della RCS: sigla che non sta a indicare un gruppo editoriale della concorrenza, bensì la Santissima Trinità della filosofia del Bel Paese, incarnata nelle persone di Reale, Cacciari e Severino.
Ancora una volta, io sento l’impertinenzanei confronti loro e dei loro discepoli come un imperativo logico e scientifico, in entrambi i sensi dell’Ugolini. Anzitutto, come non appartenenza alla filosofia intesa come un “sapere amatoriale” che pontifica sulle inesistenti cose intermedie: in modo particolare quando questo “sapere” finisce insipientemente in Gloria, come tutti i Salmi. E poi, per ricordare, come disse Longanesi affilando le spade, che certa gente non capisce nulla, ma con grande autorità e competenza: una liberatoria insolenza nei confronti dei tromboni che nascondono dietro il sovrappieno del loro vocabolario il sottovuoto delle loro argomentazioni.
Naturalmente, anche gli impertinenti hanno i loro modelli. Quelle che io trovo più pertinenti sono Bertrand Russell e Noam Chomsky: non tanto per le loro posizioni politiche, religiose e filosofiche, sulle quali comunque spesso non discordo, quanto piuttosto per la loro metodologia, sulla quale invece sempre accordo.
Questa metodologia, che giustifica l’aggettivo nell’espressione “matematico impertinente”, altro non è che il sostantivo che la regge: perchè senza uno strumento di analisi come la matematica, dalle forme pure della logica a quelle applicate della scienza, l’impertinenza si ridurrebbe a un puro esercizio (o a una mancanza) di stile.
Basata sulla ragione logica, matematica e scientifica, l’impertinenza diventa invece un giudizio universale e assoluto, che dispone delle opinioni particolari e relative alle quali sono condannati i politici, i religiosi e i filosofi. E istiga a rispondere per le rime a pronunciamenti come quelli dell’inefabbile e immanente Senator Pera, o dell’affabile e trascendente Cardinal Ratzinger, che in assoli e duetti* hanno di recente più volte lamentato che il relativismo appaia come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi moderni.
Evidentemente i due ex filosofi, entrambi passati a miglior vita professionale, parlano dei film di Chaplin. Perchè se si riferiscono al mondo reale, e non a uno di celluloide, di primo acchitto non si capisce da dove mai traggano la balzana idea che il sistema di vita tecnologico che l’intero mondo ha ormai adottato si basi sul relativismo, invece che sull’assolutismo matematico e scientifico. Ma leggendone gli scritti si scopre che essi fondano i loro pregiudizi sull’equivoco che le immaginarie tesi post-moderne sulla scienza, dolo(ro)samente amplificate dai media, abbiano una qualche rilevanza riguardo a cià che realmente succede nei laboratori.
Gli scienzati, invece, le prendono per quello che sono: delle Imposture intellettuali, come recita il titolo di un libro di Alan Sokal e Jean Brickmont che documenta quante stupidaggini possano dire sulla scienza i post-moderni, che di essa (come probabilmente di tutto il resto) non capiscono un accidente (figuriamoci l’essenziale). All’assolutismo politico-teologico, impantanato nelle sabbie mobili della rivelazione e della fede. va dunque contrapposto non il relativismo filosofico ma l’assolutismo matematico e scientifico, fondato sulle rocce della dimostrazione e della sperimentazione.
Questo assolutismo differisce però dai fondamentalismi che hanno afflitto la storia dell’umanità, per due motivi. Anzitutto perchè, diversamente dalle ideologie politiche, dalle fedi religiose e dalle teorie filosofiche di ogni tempo e luogo, la matematica e la scienza esistono in un’unica versione: solo ad esse si possono dunque applicare senza usurpazioni gli aggettivi kathokikòs, “universale“, e global, “globale“. E poi, perchè l’assolutezza delle verità matematiche e delle leggi scientifiche è stemperata dalla limitatezza dei mezzi conoscitivi, dimostrata da Gödel e Heisenberg: le cose che sappiamo le sappiamo veramente, ma una delle cose che sappiamo è che non potremo mai sapere veramente tutto.
Ci sono dunque più verità in cielo e leggi sulla terra di quante potranno mai essere scoperte dalla matematica e dalla scienza, ma sarebbe ingenuo pensare che ad esse si possa arrivare per altre vie: meno che mai attraverso “prove del nove” come quella proposta da Pera per dimostrare che la nostra (o meglio, la sua) cultura è migliore delle altre, e cioè “perchè i flussi migratori vanno dall’Islam all’Occidente, e non viceversa“. È un bel ragionamento, che dimostra anche che le discariche sono meglio dei supermercati, i bidoni della spazzatura meglio dei frigoriferi, il vuoto meglio del pieno, e dunque le teste di pera meglio di quelle d’uovo. Ma, chissà perchè, ho l’impressione che di fronte a questa conclusione non saranno solo gli impertinenti a farsi una bella risata.

*Marcello Pera, Il relativismo, il cristianesimo e l’Occidente, lezione del 12 Maggio 2004 alla Pontifica Università Lateranense; Marcello Pera e Joseph Ratzinger, Senza radici. Europa, relativismo, cristianesimo, Islam, Mondadori, 2004; Joseph Ratzinger, Pro eligendo romano pontefice, omelia del 18 Aprile 2005 all’apertura del Conclave.

 

Questo è l’inizio del libro. Il resto è tutto da scoprire. Io l’ho fatto e non ne sono rimasto deluso.

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